La Storia

Nell’estate del 1943 la nostra casa in Milano venne bombardata e di essa non rimase in piedi che la portineria.

Per tale ragione e per sfuggire ad altri bombardamenti ci rifugiammo in un piccolo paese dell’hinterland milanese.
L’otto settembre del 1943 ci trovò nel paese di Canegrate, da dove mio padre lsrael Contente faceva la spola con Milano per il suo lavoro.

Un giorno, dopo la metà di quel settembre, si recò in portineria e venne a sapere che qualcuno della polizia ci aveva cercati.
Mio padre aveva un amico all’Ufficio Passaporti della Questura che, vedendolo, lo esortò a fuggire con la famiglia non senza avergli raccontato i tragici fatti di Meina
Tornato a Canegrate, con la disperazione ed il dolore per quanto aveva saputo, mio padre si attivò fin che trovò un contatto che ci dava la possibilità passare clandestinamente in svizzera.

Un giorno verso la fine di quel Settembre 1943 mio padre Israel, noi tre figli Nissim, Avram e Sara (18, 17 e 5 anni), con mia madre Paola, mio zio Ruben Contente, sua moglie Sara, ed altre cinque persone anziane amiche di mio zio che non conoscevo, tutti allertati da mio padre, salimmo su un treno delle linee Varesine, che ci portò a Bisuschio. Da qui con un tram ci recammo a Viggiù, dove attendemmo l’imbrunire, per poi, a piedi, salire sino al confine di Saltrio.

Con l’aiuto di una guardia confinaria, pagata, passammo la rete della frontiera e, dopo aver camminato alcune ore in un bosco (ci eravamo persi), ci presentammo ad un posto di frontiera svizzero verso le tre del mattino.

Qui trovammo un graduato svizzero-tedesco, che ci disse di non aver nessun ordine, perché alla polizia elvetica non ri­sultava succedesse niente agli Ebrei, in Italia o in Europa.

Dietro l’insistenza di mio padre e di tutti gli altri, dopo un’ora di preghiere ed esortazioni si decise a telefonare, o finse di farlo, a Berna ed il risultato fu “Berna mi dice che quando un uovo è pieno nulla si può aggiungere” (testuale).

Tutti cominciammo ad insistere e qualche donna a piange­re. Mia sorellina di 5 anni, che aveva preso sonno distesa su una valigia, si svegliò e cominciò a piangere. Allora un sol­ dato portò una tazza di latte caldo alla bimba ed ottenne il risultato di far tacere almeno lei. Le donne continuavano a piangere, gli uomini ad insistere e fu allora che il graduato svizzero minacciò di consegnarci ai tedeschi, se non ce ne fossimo andati di buon grado.

Due alti soldati della svizzera tedesca, con i loro odiosi el­metti ci scortarono sino alla frontiera, assicurandosi che noi la varcassimo, e osservandoci da lontano per un po’ di tem­po.

Ritornammo in Italia ed ogni nucleo familiare tornò al luogo da dove era partito. Noi cinque rientrammo a Canegrate nel nostro piccolo alloggio di fortuna.

Passarono diversi giorni di paura ed incertezza.

Non si sape­va cosa fare.

La Svizzera ci aveva respinti.

A Milano non avevamo più casa né beni e la coscienza della tragedia che si stava verificando per il nostro popolo, ci aveva portato quasi ad una fatalistica rassegnazione.

Un giorno, mia madre, che era una donna energica disse: “Se restiamo qui il nostro destino è segnato, poiché abbiamo lasciato questo recapito alla portineria di Milano. L’unica speranza è il Segretario Comunale con il quale ho avuto occasione di scambiare qualche parola e mi sembra una per­sona per bene”. Iniziò una discussione con mio padre, piut­tosto contrario, che si protrasse per alcuni giorni e final­mente un giorno, io e mia madre, decidemmo di andare in Comune e parlare al Segretario Comunale.

Qui giunti, chiedemmo un colloquio privato. Il Dr. Bassi aderì alla nostra richiesta e appena accomodati, mia madre gli disse tout-court: “Siamo una famiglia di cinque persone ebree e siamo qui nel suo comune. Sta a lei salvarci o lasciare  che si compia il nostro destino”, e gli raccontò i fatti di Meina.

Il Dr. Bassi era una persona di mezza età, sposato e con una bimba di pochi mesi. Rimase perplesso e sconcertato da quanto aveva sentito. S’informò della nostra famiglia e sep­pe che c’era anche una bimba poco più grande della sua. Stette alcuni minuti in silenzio, forse interrogandosi, poi aprì un cassetto alla sua destra, ne tolse quattro carte d’identità in bianco e le posò sulla scrivania davanti a mia madre: “Io esco ora dalla stanza per qualche tempo e quando ritorno quei documenti potrebbero non essere più lì”. Così dicendo uscì. Noi rimasti ci guardammo e mia madre mise subito le carte d’identità nella borsetta ed aspettammo.

Le carte di identità erano qualcosa, ma erano in bianco e non risolvevano che parzialmente il nostro problema.

Certo non ci saremmo più chiamati Contente el, Nissim, Avram, Paola Zipora e Sara, ma poi?

Dopo un po’ di tempo il Dr. Bassi rientrò nella stanza e subi­to ci disse: “In via Carducci a Milano c’è un mio conoscente che fa i timbri. Andrete da lui e vi farete fare un timbro falso di qualsiasi città della Sicilia. La linea gotica impedisce un controllo immediato. Avrete cura di compilare le carte di iden­tità con nomi falsi. Mi rendo conto che non potrete stare a Canegrate cambiando improvvisamente nome  ed  ho  pensato che oltre ad essere Segretario Comunale di Canegrate, lo sono anche del comune di San Giorgio su Legnano (a 2 o 3 chilometri di distanza). Quando avrete pronte le carte d’iden­tità fatemelo sapere ed io farò in modo di darvi rifugio nelle scuole comunali, come profughi dalla Sicilia. Provvederò anche a darvi le carte  annonarie  perché  possiate  mangiare. E farò del mio possibile per salvarvi finché la  guerra  non sarà finita”.

Io e mia madre restammo senza parole. Sentii per quest’uo­mo, che ai miei occhi era anziano, l’ammirazione che si pro­va per esseri eccezionali. Benché giovane mi rendevo conto che il suo non era un gesto di leggerezza di uno poco co­ sciente, né il gesto di una persona che voleva darsi impor­tanza, ma era un atto di generoso  e ponderato  coraggio,  di un uomo che aveva una propria famiglia, che metteva a ri­schio, solo perché non accettava di veder eliminare un’altra famiglia, con una bimba come la sua,  potendo fare qualco­sa.

Alcuni giorni dopo, procuratici i timbri e raccolte le nostre poche masserizie, ci portammo a San Giorgio su Legnano, dove il Dr. Bassi aveva fatto preparare una grande aula nella scuola elementare (la prima aula al piano terreno, a destra entrando, dopo l’alloggiamento del custode).

L’aula era vuota, se si eccettuano alcuni armadi grigi (quelli in dotazione) che la dividevano in due parti. Nella prima parte, quella dell’ingresso, c’erano un tavolo ed alcune sedie con un armadio volto verso di noi. Nell’altra parte c’erano cinque brandine con materassi e coperte e gli altri armadi.

Il dr. Bassi ci accompagnò personalmente nell’aula e nel darci le carte annonarie, da noi compilate e da lui convalidate con il timbro della Repubblica Sociale, ci fece alcune raccoman­dazioni:

Non uscire che per lo stretto  necessario,  non  socializzare con nessuno. A me che avevo già 18 anni raccomandò di non uscire mai dalla stanza, se non di notte per le ovvie necessità. Consigliò a mia madre di far fare la spesa accompagnata dalla bimba ed aggiunse che se ci avessero chiesto come eravamo arrivati dalla Sicilia avremmo dovuto dire: “Peripezie che non si possono raccontare”. Sue testuali pa­role con l’augurio che la guerra finisse presto.

Grazie a quest’uomo eravamo per il momento salvi.

Ogni tanto mia madre doveva andare a Milano a vendere qualche oggetto d’oro per poterci pagare lo scarso cibo della tessera annonaria.

Il Dr. Bassi periodicamente veniva a vedere l’andamento del­la scuola, e ne profittava per chiederci come stavano andan­do le cose. Lo scarso cibo ci aveva deperiti, ma eravamo vivi.

Vedendoci così, un giorno il Dr. Bassi ci disse di andare alla mensa della fabbrica Borletti, che si era insediata nella scuo­ la, perché si era accordato affinché ci fossero dati gli avanzi dei pentoloni della minestra; a questo pensò mia madre.

Abbiamo trascorso lì i 15 mesi della guerra sino  alla  sua fine. Le difficoltà non mancarono.

Quando la mia sorellina ebbe l’età scolastica, per non inso­spettire,  il Dr. Bassi fece in  modo che  andasse in  Ia Elemen­tare, se pur priva di certificato di nascita. La piccola Sara sapeva di essere ebrea e di chiamarsi Sara Contente, ma per un anno sostenne benissimo la parte di Graziella De Martino, perchè era cosciente che se si fosse tradita saremmo morti tutti noi, il Dr. Bassi e la sua famiglia.

Non diciamo le difficoltà di incontrare siciliani, che avendo saputo di noi profughi, venivano a chiedere notizia dei loro conterranei (Giorgio, il custode della scuola, era un chiac­cherone).

Per sopramercato nel 1944 nella scuola vennero ad abitare un milite delle Brigate nere con famiglia ed uno della famigerata Muti. A quel punto i rischi per tutti aumentaro­no e la prudenza diventò ossessiva. Io (Nissim) stetti rinchiuso fino al gennaio 1945. Era stato detto al custode che durante la set­timana andavo a lavorare a Rho e che lì pernottavo. Questo mi consentiva, fino all’arrivo dei militi fascisti, di poter usci­re nella scuola vuota al sabato e alla domenica di accedere ai bagni di giorno.

Come dicevo  non uscii che il 1°  gennaio  del  1945,  per la malaugurata idea di andare a fare quattro passi, fidando nella giornata di festa , ed ebbi la  sfortuna  di  incappare  in un rastrellamento . Ero con mio fratello, ma riuscimmo a cavar­cela, Ma questa è un’altra storia. Come Dio volle la guerra  finì con la Liberazione.

Eravamo stremati, ma salvi.